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Videogiochi, siti, libri, reti sociali, incontri per vivere in famiglia l'era digitale

Fondamenti

La gamification nel lavoro e nell’educazione

Copertina Fogli marzog.r. – Che cos’è la gamification? Cominciamo da quello che non è: aggiungere giochini a un argomento serio per intrattenere chi altrimenti si annoierebbe. Invece è un metodo per rendere più coinvolgenti delle realtà di apprendimento che altrimenti risulterebbero più ardue, faticose e difficili. Il segreto per una “buona” gamification è partire dallo scopo che s’intende raggiungere, e usarne gli strumenti non come accessori per divagare o imbonire, bensì per favorire la comprensione e l’immedesimazione. Di tutto questo, applicato alla scuola, ho parlato in un articolo su “Fogli” di marzo. La gamification è ben nota negli ambienti del marketing, molto meno nell’educazione, dove avrebbe potenzialità importanti. Ecco l’articolo: Gamification al lavoro. E a scuola?

Ancora sul Safer Internet Day

bambino_e_pc_jpgg.r. – Torno sul Safer Internet Day, dell’11 febbraio scorso, la giornata internazionale di sensibilizzazione all’uso sicuro della rete promossa dalla Commissione Europea.

Può sembrare un peccato che a predominare, nei confronti di internet, sia un aggettivo come “safer”, più sicuro: piuttosto di cautela che di scoperta. D’altra parte la tipologia dei reati commessi sulla Rete, dal cyberbullismo alla pedopornografia, dal furto di identità allo stalking, rende necessario – specie verso i minori – un atteggiamento prudenziale anche a costo d’intralciare atteggiamenti e attività che la tecnologia in sé può consentire. Meglio più vincolati e protetti che più liberi ed esposti.

Ma la questione rimane più culturale che tecnologica. Sono le persone che devono diventare più consapevoli. E c’è, nel termine inglese “safe”, una radice etimologica comune con un altro termine a cui la tecnologia ha dato un valore speciale: “save”, salvare. Questo vocabolo quasi teologico designa l’azione d’incidere i nostri ricordi su una memoria artificiale (salvare un file) in maniera da non perderli mai più.

Queste due esigenze, la sicurezza e la memoria, hanno molto in comune. Se è vero, infatti, che la smisurata capacità di memorizzazione e rintracciamento dei dati è la prerogativa forse più importante dell’era della Rete, che nulla dimentica e tutto ripropone, è anche vero che ciò non garantisce né la qualità dei ricordi né la loro paternità. E non certifica alcuna gerarchia di valori tra le mille informazioni della Rete.

È, anche questa, una falla di sicurezza. Le persone senza memoria, senza priorità in ciò che va ricordato, subiscono una violenza rispetto alla dignità umana e ai fini della vita. E spesso, a loro volta, infliggono violenza perché inseguono obiettivi parziali di appagamento e sopraffazione. Internet deve aiutare a “salvarci” anche sotto questo profilo. La strada “safer” passa dall’affermazione inequivoca di valori e di princìpi, nei “luoghi sociali” in cui le persone s’incontrano sulla Rete.

I nativi digitali? Non esistono

nativi-digitalis.g.-I nativi digitali esistono davvero? Se lo chiede lo scrittore Alessandro d’Avenia in un articolo uscito su La Stampa, che potete trovare qui. Secondo l’autore quella di “nativi digitali” è soltanto una comoda semplificazione che c’impedisce di guardare in faccia la realtà. L’autore sostiene, riprendendo le tesi di uno studioso come Cesare Rivoltella, che non ci siano prove scientifiche di un cambiamento strutturale nel cervello dei ragazzi che fanno massiccio uso delle tecnologie. Quindi un utilizzo indiscriminato di Lim e tablet nelle aule scolastiche non si può considerare, da solo, un rimedio alla mancanza di attenzione e di coinvolgimento degli alunni. L’articolo offre ottimi spunti per una riflessione seria sull’argomento. Ci sono molti punti in comune con il lavoro di Howard Rheingold sulle nuove competenze digitali, proposto in “Perché la rete ci rende intelligenti”, e in particolare sulla sua analisi approfondita delle dinamiche dell’attenzione.

Tecnopatie del corpo e della mente

scrivere-a-manog.r. – Un timer può risolvere i problemi connessi con i videogiochi? Così il titolo semplifica un giro di pareri compiuto da “Repubblica nell’articolo che si può leggere qui. La questione è più delicata e supera anche la costatazione delle singole tecnopatie, ovvero che l’uso eccessivo degli strumenti elettronici può far male (il mal di schiena per le posture errate, la tendinopatia al pollice per l’eccesso di chat). Alla fine, è impossibile evitare l’uso dei mezzi, a qualsiasi età: senza di essi troppe cose diventano impossibili. Piuttosto, chiediamoci se questi mezzi ci portano ai nostri fini, quali che siano: se sì, forse vale la pena accollarci qualche acciacco (curandolo). Se no, tanto vale farne a meno di quei mezzi, o dedicare un timer a garantire che ci resti il tempo di fare ciò che davvero vogliamo. (Suggestiva la tesi del “digiuno tecnologico” sostenuta da Jonah Lynch in “Il profumo dei limoni”, Lindau 2012).

Quest’altro articolo invece (cliccare qui) è uscito sul “Corriere”, e si preoccupa perché i bambini non sanno più usare penna e matita. Il problema è un altro: sanno scrivere? sanno leggere? Penna e matita in sé si vanno evolvendo, come fu con lo stilo degli antichi.

 

I digital kids secondo Mimi Ito

- s.g. Agli incontri milanesi di Meet the media Guru alla mediateca Santa Teresa, ieri è stata ospite Mimi Ito, antropologa giapponese ora trapiantata in California, specializzata nel rapporto fra giovani e nuove tecnologie. I social media rappresentano una grande opportunità, non sono soltanto un elemento di distrazione, ma possono favorire l’apprendimento, sostiene Ito. Ormai non è più pensabile che in un’aula si ascolti semplicemente una lezione.Mentre il professore parla gli studenti usano i computer per molteplici attività alternative: collegamento a reti sociali, ricezione e spedizione di messaggi. L’errore che si commette, sempre secondo l’antropologa, è cercare di evitare tutto ciò, fermare un processo ormai inarrestabile. Dalla conoscenza tradizionale solitaria che mirava alla produzione di lavori originali, si passa a una continua condivisione di risorse che portano alla produzione di lavori in cui si stratificano i vari contributi. E’ la cultura del remix, dalla rielaborazione creativa di ciò che esiste. “E’ irrealistico pensare che i ragazzi svolgano un lavoro originale, quando molte cose sono già state fatte e si possono trovare facilmente in Rete”, ha sostenuto Ito. La conoscenza si costruisce sempre più spesso negli scambi fra pari, che vanno incoraggiati, anziché nella distribuzione di conoscenze “Top-down”. La studiosa ha citato gli esperimenti di Nicole Pinkard e di Michael Wesch e il fenomeno dei video Lip Dub girati da studenti in ambiente scolastico. Un punto di vista radicale quello di Mimi Ito, che sembra non considerare anche i possibili pericoli di questo atteggiamento “taglia-incolla” che allontana da un pensiero approfondito e personale. Le ricerche di Ito, che tra l’altro è moglie di Scott Fisher, ben noto a chi si occupa di realtà virtuale, si possono trovare sul suo blog, vanno lette e valutate. Anche, nel caso, per confutarle.

Digital kids e digital parents: chi sono gli immigrati digitali?

g.r. – Invale il luogo comune che oggi i giovani siano “nativi digitali” e gli adulti invece “immigrati digitali”, con tutte le relative conseguenze di distacco, impaccio, incomprensione.

Se anche ciò è vero, resta una mera questione generazionale – come tante altre ce ne sono state negli ultimi 200 anni sotto il profilo legato alle tecnologie – e non dovrebbe ripercuotersi sulle potenzialità educative: la famiglia è una realtà umana adatta a tutte le epoche.Chi la pensa diversamente in sostanza accetta e incentiva il disimpegno, giustifica la rinuncia alla fatica educativa proprio quando essa si fa indispensabile.

Caratteristica essenziale dell’era digitale è la “cultura personal”, figlia del pc. Se da un lato essa implica che non ci sono due persone uguali – né due messaggi, due ricerche su google, due home page, due click su un link web eccetera – , dall’altro significa che “nessuno nasce imparato”: nel mondo dell’internet non esistono maestri, e invece siamo tutti esploratori. Importa poco nativi o immigrati, conta invece curarsi gli uni degli altri ed essere accanto al momento delle scoperte. I “digital kids” hanno bisogno di “digital parents” disponibili all’ascolto e alla scoperta, all’esplorazione fianco a fianco con i figli. Ciò che insieme incontreranno, in questo caso, sarà sempre affrontabile: nella giungla ci sono anche le tigri, ed è per questo che è meglio non andarci da soli.

A ogni modo, i primi computer sono degli anni Quaranta, i primi pc d’inizio anni Settanta: pensiamoci un po’ prima di catalogarci tra gli “immigrati digitali”…

Giuseppe Romano

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