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suicidio

Suicidio scongiurato via facebook

g.r. – Un’altra tragedia scongiurata grazia alla “rete amica”: perché siamo uomini e non fantasmi (elettronici), e ciò che diciamo e facciamo nell’internet si ripercuote nella vita di tutti i giorni… e magari ci salva la vita. Su un fatto accaduto, Avvenire mi ha intervistato qui.

Giuseppe Romano

Come al solito, copio sotto il pezzo:

L’ALTRO VOLTO DELLA RETE Ennesimo episodio di un suicidio scampato grazie alle segnalazioni degli utenti Internet. L’ultimo caso a Garbagnate: da Imperia avevano preso sul serio l’annuncio di una donna sul suo profiloWeb

«Ora mi uccido» Ma Facebook gli salva la vita

Taranto: l’«addio» online di un 46enne Un amico preoccupato avverte però il 112

DA MILANO VIVIANA DALOISO

P uò essere l’imbuto di ogni pettegolezzo possibile sugli altri, la cassa di risonanza di ogni bravata o superficialità, il propagato­re di ogni forma di violenza e sopruso. Ma può an­che diventare il luogo in cui si cerca – e si trova – aiuto. Tanto da vedersi salvare la vita. Tra i mille volti di Facebook, c’è anche quello che ieri, a Ta­ranto, ha permesso agli agenti della Questura di impedire a un uomo di 46 anni di suicidarsi. Spo­sato, con due figli, era vessato da gravissimi pro­blemi economici e aveva deciso di farla finita: «Basta, sono disperato», aveva digitato sulla ba­checa del suo profilo sul social network.

E un suo conoscente, allarma­to da quelle parole, aveva im­mediatamente chiamato la po­lizia, spiegando i fatti. È stata provvidenziale, quell’attenzio­ne, quello sguardo sulla vita di un amico che non si ferma sul­l’orizzonte virtuale, ma è pron­to a cogliere nel grido d’aiuto lanciato in Rete la possibilità concreta di un gesto estremo: così le forze dell’ordine sono risalite all’indiriz­zo dell’uomo, e sono piombate nella sua casa giu­sto in tempo per evitare la tragedia. Trovandolo seduto alla scrivania nell’atto di scrivere un’ulti­ma lettera anche ai suoi familiari.

L’episodio di Taranto è solo l’ultimo di una lun­ga serie: lo scorso marzo era successo a Garba­gnate, nel Milanese. Una donna aveva annun­ciato l’intenzione di uccidersi, sempre sul suo profilo: allora la segnalazione al 112, e poi alla Polizia Postale, era arrivata da un utente della provincia di Imperia. La donna era stata raggiunta nel giro di un quarto d’ora, e trovata in uno sta­to confusionale e malnutrita. E poi a febbraio, ancora, protagonista sempre una donna, stavol­ta di Teramo: il tam tam degli amici, che aveva­no letto le sue parole di addio sulla bacheca del suo profilo, l’ha salvata.

«Sono episodi che parlano di due aspetti fonda­mentali del mondo dei social network e, in par­ticolare, di Facebook», spiega il sociologo Giu­seppe Romano. Il primo è quello di una realtà ba­sata sempre più sulla Rete come mezzo di co­municazione: «Quello che avviene online – con­tinua Romano –, quello che si fa o si annuncia sul proprio profilo non è ‘altro’ dalla realtà. È qualcosa che c’entra con la vita di ciascuno, che parla di solitudine vera, di problemi concreti, non è solo ‘virtuale’». Ecco allora che sempre più per­sone oggi esprimono il proprio disagio reale su Facebook, lan­ciando richieste d’aiuto, di confronto e di dialogo. «Ma l’a­spetto più meritevole d’atten­zione, per quanto riguarda l’e­pisodio di Taranto – spiega an­cora Romano –, è che dall’altra parte c’è qualcuno che ascol­ta, che ha ascoltato. Segno che Facebook non è soltanto un’anticamera in cui tutti passano, si fermano per breve tempo, e poi vanno via. In questo caso il social network è diventato un salotto in cui ci si è seduti e si è formata una ‘famiglia’, in cui la dimensione dell’altro è stata presa in considera­zione seriamente». Che poi dovrebbe essere la vocazione l’obiettivo stesso delle comunità onli­ne: «Alla civiltà della Rete globale serve questa dimensione umana, senza la quale la comunica­zione tra persone diventa solo un involucro vuo­to – conclude Romano –. E senza la quale, come a volta la cronaca ci ha tristemente messo sotto gli occhi, anche gli appelli più disperati possono scivolare via».

Così, per il sociologo Giuseppe Romano, il social network può diventare «spazio reale di aiuto e ascolto»

Facebook e i “suicidi digitali”

Due tragedie recenti in Italia: il tentato suicidio dello studente rimproverato per le boccacce in classe finite su Facebook, e il suicidio purtroppo riuscito dell’altro giovane che prima di togliersi la vita l’ha annunciato su Facebook. Riporto qui in formato pdf scaricabile l’intervista fattami (il 21 maggio) da “Avvenire” sull’argomento, che è anche qui sotto:

l’intervista

«La vita della Rete? È realtà»

DA MILANO

C redere che ciò che accade su Face­book, e in generale in Rete, non sia realtà. Non rendersi conto che tut­to quello che viene messo in comune, ‘condiviso’, diventa pubblico, assumendo un significato diverso e più ampio, socia­le. La radice dei due drammatici casi di cro­naca di ieri va ricercata nell’inconsapevo­lezza circa il peso di ciò che avviene onli­ne. Un dato che troppo spesso, secondo il sociologo Giuseppe Romano, accomuna giovani e adulti.

Professore, Facebook è entrato – anche se in modi diversi – nei due gesti estremi compiuti dai giovani di Genova e di San Donà di Piave. Una coincidenza?

Ovviamente no. Anzi, a dire il vero mi sem­bra che i due fatti siano accomunati dalla stessa problematica: non abbiamo anco­ra capito che ciò che succede in Rete, ciò che si dice, si ascolta, si discute su Facebook – e sui social network in generale – è realtà.

Cosa intende dire esattamente?

Si parla ancora di ‘realtà virtuale’, come se ciò che accade online fosse astratto, leg­gero, come se la Rete fosse un luogo so­vranazionale in cui non esistono leggi o re­sponsabilità. Il ragazzo di Genova, per e­sempio, è arrivato a tentare il suicidio per­ché con evidenza non pensava che il suo gesto, riportato su Facebook, potesse ave­re simili conseguenze nella realtà. Mentre a San Donà di Piave l’altro ragazzo ha ur­lato il suo dolore online, ma evidentemente nessuno ha pensato che si trattasse di un grido reale, qualcosa che potesse avere conseguenze vere, nella vita concreta.

È in questo cortocircuito che trovano spa­zio, dunque, tragedie simili?

Sì. E ovviamente in quello che il cortocir­cuito genera: se infatti non viene ricono­sciuta a Internet la sua potenzialità reale, la sua dimensione sociale concreta, non si riconosce nemmeno l’importanza di quel­le regole di civiltà e di responsabilità che in ogni contesto sociale e di relazioni debbo­no esistere. In questo senso, purtroppo, Fa­cebook è rimasto proprio fermo a quello che significa il suo nome: un ‘libro-fac­cia’, in cui si spiattellano informazioni, gossip, segreti ma in cui non esiste un’in­terazione matura, in cui non c’è ombra di umanità e di rispetto.

Cosa fare, dunque, per prevenire gesti e­stremi?

Capire, noi adulti per primi, che ciò che avviene online ha un’eco reale oltre che tecnologico. E poi insegnarlo ai ragazzi, spiegando anche che non è più ‘mio’ quel­lo che metto in comune. Anche l’aspetto pubblico di ciò che avviene in Rete troppo spesso viene sottovalutato: con evidenza non esiste più un’area di gioco o di azione privata, ciò che si dice viene ripetuto, tut­ti ne parlano, tutti lo ascoltano o – come drammaticamente nel caso veneto – nes­suno lo ascolta. Ma di nuovo sta lì, nella piazza della realtà, e come tale ha un pe­so.

Viviana Daloiso

Il sociologo Giuseppe Romano: «Internet e i social network sono spazi concreti, dove avvengono e si dicono cose vere Ecco perché anche lì è urgente educare alla responsabilità»

g.r.

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